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World Running Academy Magazine

La mia prima maratona

Intervista a Danilo D'Anna

Nicola Del Vecchio | Novembre, 2015

Danilo D'Anna Maratona

Correre per ritrovare se stessi, un proprio equilibrio con caparbietà e consapevolezza. Tutto questo è racchiuso nella storia di Danilo, giornalista del Tirreno e “runner”, dopo aver concluso una maratona come quella di Venezia il titolo è assolutamente guadagnato. “In questi giorni diverse persone mi hanno chiesto cosa si prova a correre per 42 chilometri (e 195 metri sottolineano i veri runner) – racconta Danilo -, ci ho pensato un po' su perché volevo dare una risposta figa oppure minimamente intelligente. La verità è che non lo so, ma non perché non l'ho capito bensì perché quella parte di me che circa un anno fa ha deciso di mettersi le scarpette si sta tenendo quelle emozioni tutte per sè. Ed è giusto così, per carità. Senza quel lato della mia personalità non avrei mai fatto una cosa del genere. Ma non perché la maratona è una pazzia, macchè è una sfida a se stessi incredibile, semplicemente perché non ne sarei mai stato capace. Invece l'ho fatto, e quegli ultimi 42 chilometri (e 195 metri) e quelle ottomila persone che si sono presentate al via insieme a me sono soltanto l'ultimo tratto di un cammino meraviglioso che mi ha fatto correre dove e quando potevo e conoscere uomini e donne davvero eccezionali. Oppure incontrarle una seconda volta, apprezzandole più di prima. Un anno fa ero un pugile suonato dalla vita, oggi sono risalito sul ring e i cazzotti li ho dati io. E ho vinto perché ho fatto quello che volevo nel tempo che volevo. Superando anche un infortunio al ginocchio che mi aveva demoralizzato”.


La storia di Danilo racchiude molte similitudini con quella di ognuno di noi che si avvicina alla corsa quasi per caso e in men che non si dica ne rimane rapito. “Non avevo mai corso in maniera continuativa – prosegue – poi nel settembre 2014 ho iniziato a farlo. Nel mese di ottobre, precisamente il 26 ottobre 2014, moriva mio padre, un infarto mentre tentava di alzarsi dal letto nonostante un ictus lo avesse paralizzato. La corsa mi serviva per scaricare la rabbia perché pure mamma era finita in ospedale per un ictus. Prima di allora erano successi alcuni casini, anche se la definizione non mi piace. Per dimenticare quei casini mi sono messo a correre, e la cosa buffa è che non li ho dimenticati per fortuna. In quei giorni mi ero fissato su un percorso vicino casa a Genova: sette chilometri e mezzo, ma tre di salita durissima. Ero talmente rabbioso che quella salita me la bevevo. Cosa che adesso non mi riesce, nonostante gli allenamenti. La novità del Danilo podista ha scatenato l'ilarità di chi mi conosceva. Sacrosanta, come quando il 31 dicembre per fare trenta chilometri ho passato Capodanno con i tendini dei talloni in fiamme. Correvo senza un programma, sentivo la mia musica e questo mi bastava. Ma quando stavo rialzando la testa è morta anche mia madre, lì ho pensato di mollare, fortunatamente non me lo hanno permesso”. Da lì in poi sono arrivate le prime gare anche se la testradaggine di Danilo lo ha costretto a fermarsi più di un mese a seguito di un allenamento di 42 chilometri e 195 metri, perché il 26 maggio, come dice lui “si è voluto regalare la prima maratona” anche se in solitaria. “Sembrava la fine – continua - invece è stato l'inizio: ho conosciuto Paolo la sua storia mi ha rapito, uomo eccezionale che sfida se stesso con il sorriso. Ho capito che mi dovevo affidare a lui e ho messo il primo vero mattone a un progetto finalmente serio. Serio ma duro: gli ultimi tre mesi ho corso sei giorni alla settimana, certe volte andavo a correre senza voglia. Ma poi bastava fare un paio di chilometri e mi entusiasmavo.


Sono diventato atleta, amatoriale s'intende. E il mio corpo mi ha seguito, trasformandosi. Mi svegliavo alle sei perché poi c'era pure il lavoro di mezzo. Non so come ho fatto, ma ci sono riuscito a rispettare quelle tabelle”. Così dopo tanto impegno è finalmente arrivato il 25 ottobre e nonostante tutto il lavoro effettuato nelle settimane precedenti, la preoccupazione ha iniziato ad insinuarsi. “La notte prima dell'esame è stata dura – racconta Danilo-, incubi a non finire. Avrò dormito tre ore, avrei voluto chiamare mille persone ma non ho chiamato nessuno. Poi via via si è sciolto tutto il giorno della gara. La mattina è stata emozionante, ho visto gente che leggeva libri prima della partenza, qualcuno faceva il saluto al sole e gli alpini servivano tè caldo. C'era pure un vecchietto con la maglia della Samp, e un paio di coppie di sposi con la maglietta just married. Infine lo sparo che ha dato il via all'emozione. All'inizio sono partito prudente, cercando di sentire i dolorini. Non era quello lo scopo, però. Così dal quindicesimo chilometro ho deciso di fregarmene, e ho azzeccato la mossa perché è stata una progressione continua. Quando ho superato i segnatempo delle quattro ore mi sono rasserenato. Ed è stata maratona per davvero”. Un ultimo pensiero Danilo lo dedica a Paolo Barghini, il suo allenatore. “Il merito è mio, ma non solo. Senza il mio allenatore, lui sì vero campione, probabilmente avrei corso ugualmente la maratona, ma non così. Paolo dice che lui da quando si è messo in marcia è diventato un uomo migliore, io ci sto provando ma non sarà semplice. Sono diverso, però, rispetto a tanti mesi fa”.

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