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World Running Academy Magazine

Un'alpinista di corsa. Intervista a Elena Balzarini

Nicola Del Vecchio | Luglio/Agosto, 2016

Un lavoro da psicoterapeuta, dopo aver lavorato per diciassette anni come strumentista di sala operatoria in un ospedale locale e una grande passione per lo sport e la libertà. La storia di Elena Balzarini è ricca di spunti di riflessione e lascia trasparire una vera e propria passione per la natura e la montagna in particolare, frequentata fin da bambina.


“Il lavoro – racconta - , che chiamo semplicemente “danzare con l’altro” mi impegna molte ore della giornata. A volte questo rende particolarmente difficile trovare il tempo per conciliare sport e professione, ma tutto si può fare se le motivazioni sono salde e se ci si muove stabilendo degli obiettivi che a volte sono anche troppo grandi ma credo costruibili se ci si dà sempre l’opportunità della rinuncia. Ciò che conta, dico sempre ai miei pazienti, non è il raggiungimento dell’ obiettivo, ma il percorso che si compie per raggiungerlo perché è nel suo sviluppo che ci viene data la possibilità di fare esperienze, di apprendere e di evolvere”.

Un'alpinista di corsa. Intervista a Elena Balzarini

Come ti sei avvicinata alla corsa?
Corro da quando frequento la montagna: dall’infanzia. La corsa è sempre stata parte importante dei miei allenamenti. Mi servono gambe, cuore e fiato: correre allena tutto questo. Prima correvo pochi chilometri e con poca regolarità, da sei anni ricerco sistematicità.


Cosa rappresenta per te lo sport?
Lo sport è intrinseco a tutte le altre attività: fa parte della quotidianità. Esercitare sport è ovvio e necessario come nutrirsi, studiare, lavorare, amare. Non ha orario lo sport. Non mi devo motivare a puntare la sveglia alle cinque in pieno inverno per correre nel bosco o all’una per avvicinarmi a una parete in quota. Viene naturalmente così come al sentore della fame, mangio. Lo sport è un mondo, uno dei tanti di cui è composta la vita. Essendo tale è immenso, offre tantissimo (se si sa cogliere da esso qualcosa) e richiede dedizione, impegno, approfondimento come qualsiasi studio e/o disciplina.


Tu sei un’alpinista, raccontaci le tue principali esperienze
Le mie esperienze alpinistiche hanno conosciuto anzitutto le Alpi (essendo molto vicine al luogo dove vivo): il monte Rosa e il monte Bianco per estendersi alla Cina, al Nepal e al Pakistan (una terra quest’ultima che mi attrae particolarmente e conservo in una stanza del mio cuore).


Qual è il tuo approccio allo sport?
Sono severa con me stessa: credo che impegno e costanza siano fondamentali per avere qualche risultato. Per risultato non intendo nascondere dietro al pettorale una lotta che ha regole, tempi e dimensioni umane. La competizione non mi appartiene, non mi è mai piaciuta. Per risultato non intendo il premio delle prime postazioni in classifica o i primati tra i 14 ottomila. Intendo l’imparare a vivere, il superare gli ostacoli, l’accettare e il convivere coi propri limiti, l’affinare con divertimento delle gestualità apparentemente semplici ma anche molto tecniche. Dove ciò che si perde va da una ferita più o meno profonda all’ego (nella corsa) fino a una pallottola dritta alla testa (nell’alpinismo o nell’arrampicata). Non sono irresponsabilità o inconsapevolezza, bensì scelte ponderate, consapevoli in cui occorre darsi il tempo per crearsi una condizione fisica e mentale il più vicine possibile alla realtà che si sta vivendo in quel momento. Per risultato intendo ancora, non subire una corsa, una cresta o una parete ma gestirle sentendo il corpo in movimento mentre compie delle gestualità possibilmente eleganti, leggere, facili piuttosto che distruggere il corpo piegandolo forzatamente al volere della mente fino a mortificarlo o a distruggerlo.
Affinchè io possa essere soddisfatta del mio per-correre, mi affido a delle guide esperte e competenti. Guide verso le quali nutro grande stima, riconoscenza e fiducia. Seguo con precisione ciò che mi consigliano, sono per me dei collaboratori e dei maestri di esperienze di vita. Con la guida alpinistica ho stabilito da sempre una relazione profonda di estrema fiducia perché la corda che ci lega rappresenta il “cordone ombelicale”. Con il preparatore alla corsa Paolo Barghini c’è una relazione edificante e un interscambio costante di sensazioni. A volte vivo la percezione che Paolo conosca almeno quanto me il mio corpo, con le sue possibilità e i suoi limiti. Lui mi incoraggia ma non fa mai pressioni e non spinge mai oltre il mio confine o le mie resistenze. Paolo sa ascoltare oltre che programmare! E’ rispettoso dei tempi, della fatica, dei riposi e anche degli infortuni. Paolo sa attendere senza mai perdere di vista il mio desiderio.


Potresti raccontarci qualche tua esperienza alpinistica?
Alcune piacevoli, altre difficili. Tra queste ultime poche rimarranno incise per sempre nella memoria cellulare ed emozionale. Tutte insieme hanno contribuito a formarmi e forgiarmi, hanno messo dei tasselli aiutandomi a capire chi sono, come voglio essere e cosa voglio. Soprattutto mi hanno insegnato ad amare.
La linea che separa la felicità pura (quella che si prova su una cresta o su una vetta coi capelli sferzati dal vento, si perché le vette non desiderano che gli alpinisti sostino a lungo su di loro, fanno di tutto perché girino i tacchi velocemente), al dolore che non si dimenticherà mai, è sottilissima. Non intendo dire che in mezzo non ci sia spazio intermedio, forse c’è silenzio, sgomento, incredulità, le sfumature, ma il filo è sottilissimo. Il dolore della disperazione fa prolungare ogni secondo fino a renderlo eterno mentre aspetti l’arrivo di un elicottero che non arriva mai.”dieci minuti sono i nostri tempi” dicono dal comando del soccorso, ma dieci minuti sono troppi, sono una eternità. Nel mezzo impotenza e rabbia nel renderti conto che non puoi fare nulla, anzi ogni tentativo di scavare sotto la neve è disperato e nullo. Le braccia tremano, si spezzano dal dolore e dalla fatica ma nulla puoi. La montagna ha scelto. Che succeda a un compagno, a un amico, a un mentore, a uno sconosciuto, non ha importanza, il dolore dell’impotenza e della disperazione sono laceranti. Lassù, sul bordo di un canale innevato, il nostro sguardo si era incrociato sotto un vento gelido. Dieci passi più in là, un boato, l’urlo del mostro che ti prende alle spalle e poi silenzio pesante, insopportabile. Più nulla. Mentre cercavo una spiegazione per ciò che era successo, arrivò la tormenta: lei era legata alla roccia, io avevo ormai un legame indissolubile con quella montagna e con quello sguardo pieno di speranza che mai abbandonerò.
Altra linea meno sottile è quella che separa la gioia e la speranza alla rinuncia. Per tre anni ho sognato e mi sono seriamente allenata per raggiungere la vetta del Masherbrum: montagna elegantissima, dalle caratteristiche femminili, in ombra ai più grandi alpinisti o a coloro che desiderano fare esperienza di un ottomila, essendo la sua cima qualche centinaia di metri più bassa. Sorge fiera in Pakistan. Nascosta tra i maestosi ottomila. Forse per un maschio la cima sarebbe stato un desiderio esaudito, per me il punto di congiunzione con la dimensione femminile della Natura. La cima avrebbe potuto essere per un istante, una lieve elevazione dell’ego. La rinuncia è stato lo schiacciamento dell’ego fino a valle. Il senso è quell’alone così impercettibile emerso dall’abissare l’ego. Allestito il campo tre, la notte nevica implacabile e continua per due giorni. Io la guida che occupiamo la stessa tenda, veniamo svegliati più volte dal roboante rumore delle valanghe che rovinano ai nostri fianchi. All’alba del terzo giorno (bloccati nella tenda), la guida prende la fatidica decisione per me “scendiamo!”. La rinuncia è un taglio netto!

Un'alpinista di corsa. Intervista a Elena Balzarini Un'alpinista di corsa. Intervista a Elena Balzarini

Come sei passata dall’alpinismo alla corsa?
L’alta quota è impegnativa e richiede molto allenamento. La corsa è allenante a tal fine e il gesto atletico si avvicina. La natura è il comune denominatore. Sono affascinata da tutto ciò che è mistero (della vita, dell’umano, del corpo, della natura). Correre come arrampicare, sciare con le pelli di foca o scalare, mi mettono a contatto con questi misteri.


Quali sono le differenze che noti?
Più che differenze noto somiglianze. Entrambi mi portano al contatto con la terra, è una simbiosi con la roccia e con la terra. Corsa e alpinismo mi radicano al presente. Non esiste il passato e neanche il futuro ma solo il gesto presente. Questo contatto così reale e viscerale mi obbliga a sentire il mio corpo e a concentrarmi su uno sforzo psicologico e fisico così grande da svuotarmi e poi riempirmi ogni volta un po’ di più. Entrambe mi donano il vissuto della libertà dai miei anni e dalle catene che non ho scelto. Arrampicando e correndo scelgo le corde a cui aggrapparmi e questa è libertà. Perché il sogno è libertà.


Anche nella corsa preferisci le lunghe distanze?
Certo, mi piace che il percorso abbia uno sviluppo interessante perché simboleggia un viaggio. Purtroppo ancora attualmente per vivere certe sensazioni ho bisogno di portare il mio corpo in uno stato di stanchezza fisica o in una situazione per me estrema. Queste sono le mie uniche condizioni in cui ho la percezione di allentare la tremenda morsa dell’ego per accedere al vero sé. E’ una condizione parziale perché non si va mai oltre il limite totalmente ed è molto breve, dura solo qualche istante, ma quando riesco a percepire questo stato, ho la sensazione di sfiorare con un dito l’immenso e tutte le paure svaniscono. Invidio chi riesce a vivere questo stando comodamente seduto su un divano, credo siano persone più evolute di me.


Trail running o strada?
Ovviamente trail! Fuggo dal cemento e dalle costruzioni, ricerco la solitudine e la natura perché in essa mi rispecchio. La natura è la mia dimensione.


Quale sarà la tua prossima tappa?
Ho qualche sogno, non posso vivere senza sogni, ma la strada per realizzarli è lunga e ho ancora un pezzetto di evoluzione da compiere prima di tentare. Credo comunque sia importante sognare in grande ed eventualmente darsi il permesso di rinunciare o fallire. Una tappa intermedia nella corsa sarà un ultratrail a settembre mentre le montagne del Pakistan mi dovranno attendere ancora un po’.

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