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World Running Academy Magazine

Sabbia Acqua Vita

Giovanni Pessina | Febbraio, 2016

Deserto dell’Oman, tardo pomeriggio, il caldo è insopportabile, il Land Rover dei soccorsi, al seguito della corsa “TransOmania300 km non stop”, procede piano. L’autista e il compagno si guardano attorno, il posto dovrebbe essere questo, il posto da cui è partito il segnale di allarme lanciato da uno dei partecipanti al trail. Di solito il segnale di aiuto viene lanciato da chi si è perso o ha avuto un incidente, una distorsione un colpo di caldo. In genere sono lì a richiamare la tua attenzione agitando le mani e gridando, ma questo non si vede, dove poteva essere si chiesero, l’autista disse: magari lo troviamo secco e sghignazzarono di gusto. Poi lo videro a bordo pista, disteso con la sabbia portata dal vento che un po’ lo ricopriva, occhi chiusi testa piegata, sembrava aver perso conoscenza, l’unico segno di vita la mano destra che lentamente prendeva una manciata di sabbia, si alzava leggermente e poi lasciava scivolare la sabbia tra le dita.


Si avvicinarono per soccorrerlo, velocemente e uno dei due chiamò il campo base per dire di aver trovato il disperso, che ha quel punto aveva un nome Raffaele, e di dire al medico di farsi trovare pronto al loro rientro. L’uomo non rispondeva alle loro sollecitazioni ma non era fuori conoscenza del tutto, quando sollevava la mano con la sabbia sorrideva e farfugliava qualcosa tipo sabbia, acqua, vita, sabbia……….


Raffaele si era iscritto a questa corsa estrema nel deserto, ma non era la prima, aveva già fatto la MDS nel Sahara, Atacama in Cile…. Innumerevoli corse in situazioni estreme; qualche mese prima di questa gara aveva avuto un problema serio al ginocchio che gli aveva impedito di allenarsi, ma aveva deciso di partecipare ugualmente perché per lui un impegno è un impegno, non transigeva, né con gli altri e neanche con se stesso. Iniziò la corsa e si trovò tra gli ultimi, poteva solo camminare e nei tratti corribili in molti lo superarono ma Raffaele non si faceva problemi per questo, proseguiva in pace con se stesso godendosi il deserto. Camminava sotto il sole, sentì il rombo di un motore alle sue spalle, si spostò per non mangiare la sabbia alzata dal mezzo, che non passò ma si fermò accanto a lui, scesero tre uomini. Tre beduini che girano il deserto non più in cammello ma con un SUV, li guardò con un sorriso ma loro non sorridevano erano seri e gli gridarono in un inglese stentato: food, food! Aprì una tasca dello zainetto e porse loro delle barrette energetiche. Gli urlarono in faccia qualcosa che non capiva, divennero aggressivi, uno gli strappò le barrette, un altro prese lo zainetto di forza e di fronte alla sua resistenza lo spinse a terra, continuavano a gridare, lui era a terra e iniziava ad avere paura cercò di alzarsi spiegando chi era, disse : race race..il terzo gli premette violentemente il piede sulla gamba impedendogli di alzarsi urlava e urlava, lui restò disteso in silenzio, li vide rovesciare lo zaino, presero tutto ciò che di commestibile conteneva, una borraccia perdeva acqua che spariva subito assorbita dalla sabbia. Soddisfatti del bottino e senza degnarlo di uno sguardo salirono in auto e ripartirono sparendo tra le dune.


Restò un attimo a terra e poi si rialzò iniziando a recuperare tutto quando era sparso attorno, a parte il cibo non mancava niente altro, si disse amaramente. Gli restava solo una borraccia d’acqua e questo poteva rappresentare un problema. Ma non si perse d’animo caricò sulle spalle lo zaino e riprese a camminare. Razionò l’acqua ma non aveva niente da mangiare, proseguì finché, finita l’acqua,senti le labbra secche, le leccò ma lingua non riusciva più a bagnarle, sentì la gola riarsa e bruciante, gli si appannò la vista, rallentò, si guardò attorno ma non vide nulla, sentì le forze venir meno, era arrivato il momento di chiamare aiuto,premette il tasto del GPS, che per fortuna non gli avevano sottratto,giusto un attimo prima di stramazzare a terra.Lì lo trovarono i soccorsi, lo caricarono sul gippone e rientrarono al campo base. Gli fecero delle flebo per reidratarlo, si riprese lentamente, bevve un po’ d’acqua, riuscì anche a mangiare qualcosa che rimase nello stomaco. Aveva sempre in viso quel sorriso strano e a tratti continuava a ripetere acqua, vita, fissando dei granelli di sabbia. Il medico che lo aveva soccorso lo trovò in discrete condizioni fisiche e lo avrebbe anche autorizzato a riprendere la corsa l’indomani, come Raffaele chiedeva, se non fosse per quel sorriso strano e il farfugliare che faceva, probabilmente aveva preso un colpo di sole alla testa che lo facevano straparlare,si era meglio fermarlo si disse. Raffaele insistette e insistette, testa dura la sua, finché convinse il dottore a farlo correre ancora. Gli spiegò che quello che ripeteva era: senza acqua non c’è vita trasformiamo la sabbia in acqua! Il medico lo lasciò andare con un sorriso ironico. Tutti conoscevano Raffaele e nessuno se lo ricordava completamente “a posto” un fondo di “sana” follia lo aveva sempre pervaso. In Cile tutti ricordavano che quando passava nei villaggi si fermava, dava delle barrette ai bambini, salutava i vecchi e cercava di parlare con la gente nel suo spagnolo stentato che scatenava l’ilarità generale, poi, ad un tratto, ripartiva di corsa e i bambini gli correvano dietro gridando: caballo loco, caballo loco!


Il giorno dopo si presentò alla partenza e giorno dopo giorno portò a termine la gara. Quello che non aveva potuto dire al medico e agli altri era quello che aveva visto mentre era incosciente. Mentre perdeva conoscenza vide i suoi fantasmi, quelli che abbiamo tutti noi,quelli che non ti lasciano dormire in certe notti e più non li vuoi vedere più loro ti girano nella testa come un tarlo dolorosocreandopalpitazione, ansia, malessere, incubi. Erano feroci, ironici dicevano: Raffaele adesso come fai? dov’è finita la tua baldanza? tu corri ai quattro angoli del mondo, fai l’amico di tutti ma poi te ne vai! Quanta gente è nella tua stessa condizione senza acqua ma per tutta la vita! Anche se muori avrai sofferto per qualche ora ma soffrire di privazioni per una vita? Raffaele, non parli più?Raffaele Iniziò a ripetersi senza acqua non c’è vita, senza acqua non c‘è vita……. Capì che l’acqua è la metafora della vita e che quel giorno non sarebbe morto ma sarebbe sopravvissuto per trasformare la sabbia in acqua per dare una speranza di vita. I suoi fantasmi smisero di tormentarlo, il patto era fatto. Certo non ci sarebbe mai riuscito da solo, avrebbe avuto bisogno dell’aiuto e della solidarietà degli altri, degli amici e degli amici degli amici... Avrebbero costituito una associazione che come motto avrebbe avuto:” no water no life”. Avrebbero costruito un pozzo e poi un altro e così via, fino alla fine del tempo.


(Questo racconto di Giovanni Pessina si basa su fatti realmente accaduti a Raffaele Brattoli.)

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